Giornata della Memoria in convitto – IS San Pellegrino

IS San Pellegrino

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Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione con Convitto Annesso - Istituto Tecnico per il Turismo

Giornata della Memoria in convitto

Gli eventi pubblici organizzati dall’Assessorato all’Istruzione, alla Cultura e Comunicazione del Comune di San Pellegrino Terme in occasione del Giorno della Memoria a cui hanno partecipato anche gli studenti del Convitto annesso all’Istituto Superiore S. Pellegrino:

                            21 gennaio – Mio nonno a Buchenwald; 28 gennaio – Lettura bendata

Davvero una serata coinvolgente, istruttiva e formativa quella che si è svolta venerdì 21 gennaio, presso la Sala Putti a San Pellegrino Terme, che si è dimostrata troppo piccola per accogliere tutte le persone che avrebbero voluto partecipare all’incontro con Leonardo Zanchi, presidente di Aned (Associazione nazionale ex deportati), sezione di Bergamo, che ha raccontato le vicende vissute dal nonno, Bonifacio Ravasio, ex deportato nel campo di concentramento di Buchenwald. Tra il pubblico (più di 40 persone, non c’era un posto libero!) anche una più che significativa rappresentanza del Convitto annesso all’IS S. Pellegrino: erano in 10, tra studentesse e studenti (Martina Manfra IV A, Alessio Finazzi e Iury Macchi III F, Brambilla Lorenzo, Anna Careddu, Marta Giobbi IIC, Alessio Garzia IA, Petra Scuratti IC, Chiara Dolcino ID, Fabrizio Rota Nodari IM), accompagnati dall’educatore Antonio Genna, che hanno potuto ascoltare, con grande attenzione e partecipazione, le coinvolgenti ed emozionanti testimonianze di Leonardo Zanchi il quale, per inciso, proprio in questo periodo è…in cattedra proprio nella scuola frequentata da alcuni dei suoi studenti seduti in prima fila ad ascoltare il loro “Profe”! La partecipazione degli studenti convittori a questo evento esterno ha arricchito con un’esperienza nuova, che resterà nei loro ricordi (e nei loro cuori) le abituali iniziative che ogni anno l’Istituto, e il Convitto annesso all’Istituto, organizzano in occasione del Giorno della Memoria.

E non è finita qui! Venerdì 28 gennaio, 5 di loro (questa volta c’era un limite di 15 posti alla partecipazione, quindi 1/3 dei presenti erano proprio nostri studenti: Martina Manfra, Alessio Finazzi, Iury Macchi, Lorenzo Brambilla e Chiara Dolcino) hanno partecipato anche al secondo evento, la “Lettura bendata” tenuta da Laura Togni: un’esperienza inconsueta per loro (e per il resto del pubblico presente) che ha suscitato in tutti i presenti un profondo coinvolgimento emotivo. Laura Togni, della Libreria Fantasia di Bergamo, ha saputo infatti coinvolgere profondamente l’attento e partecipe pubblico leggendo alcuni passaggi scelti dal libro, di recente pubblicazione, “Per chi splende questo lume – La mia vita dopo Auschwitz”, scritto da Virginia Gattegno con Matteo Corradini, di cui mostriamo la copertina e la nota di presentazione dell’editore Rizzoli.

Virginia e Fatima si incontrano in una stanza d’ospedale. Virginia ha avuto un malore, Fatima aspetta che un medico le tolga la sardina che si è infilata nel naso. Fatima è una bambina curiosa e vuole conoscere la lunga vita di Virginia. «Cosa hai fatto prima?» le chiede, e Virginia non si tira indietro. In un viaggio a ritroso nel tempo, Virginia ripercorre la sua vita straordinaria: la nascita a Roma e l’infanzia in Italia.

Il trasferimento a Rodi, a 13 anni, quando il padre viene nominato direttore della scuola ebraica dell’isola.

Il mare, gli anni felici, l’incontro con il futuro marito. Ma Virginia ricorda anche le leggi razziali, l’arresto da parte dei nazisti e la deportazione. Racconta, con delicatezza e onestà, quello che è stato l’orrore più grande della sua vita: l’internamento ad Auschwitz. Eppure, la luce di Virginia continua a splendere anche dopo il campo, anche dopo l’atrocità della Shoah. Ed è così che racconta a Fatima come ha ricostruito la propria vita. Una vita che la porterà in Congo e infine a Venezia come maestra, dove, finalmente, a un passo dalla pensione, troverà il coraggio di raccontare la sua esperienza nel lager, taciuta fino ad allora.

«Entrai. Avevo davanti agli occhi la mia ultima quinta elementare: ero stata per loro la maestra Virginia per cinque anni. Non mi sono seduta alla cattedra ma sono rimasta in piedi, a metà strada tra la lavagna e i primi banchi, come chi ha qualcosa da dire ma non sa da dove cominciare.»                                                               

Da quel giorno Virginia non ha smesso di raccontare la sua storia di sopravvissuta ad Auschwitz.                                   A Fatima e a tutti i ragazzi che vogliono sapere.

La lettura di Laura Togni è stata molto coinvolgente: per un’ora e un quarto, nella Sala Putti immersa nel buio, con la sua bella voce evocativa, ci ha fatto entrare nelle gelide baracche di Auschwitz, provare i morsi della fame e quelli del freddo, ha saputo trasmettere la disperazione, ma anche la tenace determinazione nel voler rimanere in vita di Virginia, protagonista e voce narrante di questo libro davvero molto bello che, anche come consiglio di lettura nell’ambito del progetto in corso di svolgimento al Convitto “Io leggo perché…”, vi invitiamo caldamente a leggere, ne vale davvero la pena…

Con la partecipazione a questo secondo evento pubblico si sono così concluse “ufficialmente” le attività organizzate nell’ambito del Convitto annesso per sensibilizzare gli studenti sulle tragedie causate dai regimi totalitari nel secolo scorso, di cui la Shoah ha rappresentato il culmine. Abbiamo scritto ufficialmente perché il dovere di ricordare quello che è stato non può certo limitarsi ad una singola data: anche nei prossimi giorni, attraverso l’invito agli studenti a leggere alcuni dei libri consigliati in questi giorni, in Convitto si parlerà e si rifletterà ancora riguardo la Shoah, la xenofobia, il razzismo e l’intolleranza.

Concludiamo con una recente riflessione della senatrice a vita Liliana Segre sul significato della memoria, “un vaccino contro l’indifferenza”, che ben si addice al tempo di pandemia che stiamo vivendo: una frase da tenere presente celebrando il 27 gennaio, Giorno della Memoria, ma che vale ai giorni nostri per tutte le manifestazioni di intolleranza, razzismo, odio.

 “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa; è l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del tempo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza”.

Gli studenti


27 gennaio Giorno della Memoria

Per non dimenticare…

Il Convitto annesso all’I.S. San Pellegrino, in prossimità della ricorrenza del Giorno della Memoria, propone agli studenti convittori una serie di attività ed iniziative che si svilupperanno a partire da venerdì 21 gennaio, con la partecipazione di una rappresentanza di studenti del Convitto, accompagnati dall’educatore Antonio Genna, all’incontro che si svolgerà presso la Sala Putti di Villa Speranza durante il quale Leonardo Zanchi, presidente di Aned Bergamo, parlerà dell’esperienza vissuta dal nonno, Bonifacio Ravasio, ex deportato politico nel campo di Buchenwald. Le attività proseguiranno durante la settimana successiva con la visione di filmati, momenti di discussione e dibattito che si svolgeranno sia presso la sala mensa del convitto maschile, coinvolgendo gli studenti in gruppi di classi parallele, sia nell’ambito dei rispettivi gruppi di studio con gli educatori di riferimento.

Unitamente a queste attività, in collegamento con il progetto “Io leggo perché…” che sta prendendo forma in queste settimane, e che proseguirà poi nel tempo collegandosi alle attività progettuali proposte dagli educatori, saranno suggerite agli studenti alcune letture inerenti alla persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e alle Leggi Razziali introdotte in Italia nel 1938 dal regime fascista. Tra i numerosi libri dedicati a questi argomenti, alcuni già noti agli studenti perché proposti come letture nell’ambito scolastico, verranno proposte ai convittori due letture in particolare:

il libro della Senatrice a vita Liliana Segre: HO SCELTO LA VITA – La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoah, pubblicato nel 2020                                                   il libro del giornalista sportivo, e scrittore, Matteo Marani: Dallo scudetto ad Auschwitz – Storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo pubblicato nel 2014.

 

Riguardo al secondo titolo vi propongo la lettura del mio adattamento di un articolo tratto da un blog, “storiedicalcio”, nel quale questo libro, davvero bello e commovente, venne presentato all’epoca della sua prima pubblicazione.

Questo è un libro che commuove (e insieme indigna), da leggere tutto d’un fiato tanto è affascinante il personaggio di Arpad Weisz. Finalmente, 60 anni dopo la sua morte, Matteo Marani, ex direttore del glorioso “Guerin Sportivo”, un bravo giornalista cantore del calcio moderno, gli rende il posto e il merito che gli spetta nella piccola-grande Storia del gioco del calcio. Non lo sapeva nemmeno il grande giornalista e scrittore Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. «Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo, e chi sa come è finito…», ha scritto Biagi nella sua prefazione al volume dedicato alla storia del Bologna calcio: “Novant’anni di emozioni”. E’ finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio 1944. Il 5 ottobre del 1942 erano entrati nella camera a gas sua moglie, Elena e i suoi figli Roberto, 12 anni e la piccola Clara, che di anni ne aveva solamente 8. Questa è la risposta, documentata, di Matteo Marani, bolognese, laureato in Storia (e questo spiega qualcosa).

Gli ci sono voluti tre anni di ricerca scrupolosa e insieme ossessiva, perché gli pareva di inseguire un fantasma. E ora questo libro: “Dallo scudetto ad Auschwitz”, preciso come una banca svizzera, dolente come una cicatrice. Forse Marani avrà sentito le voci nel vento, per dirla con Francesco Guccini, bolognese d’adozione. Forse a spingerlo è stata una coincidenza non da poco: abita infatti a meno di 300 metri da dove abitava la famiglia Weisz.

Certamente l’ha sorretto una volontà da detective della memoria.

E così, dai registri di classe del 1938, ritrovati in uno scantinato, ha potuto conoscere uno degli amici del piccolo Weisz, un amico vero, che per tutti questi anni aveva conservato le lettere e le cartoline che gli arrivavano dalla Francia e dall’Olanda, dove i Weisz cercavano di sottrarsi ai loro cacciatori dopo che il Bologna FC aveva licenziato il suo tecnico, in obbedienza alle Leggi Razziali del regime fascista guidato da Benito Mussolini. Arpad Weisz era stato un ottimo giocatore negli anni ‘20, ala sinistra; nella nazionale Olimpica ungherese del 1924 fa coppia con Hirzer, detto la Gazzella, che sarebbe stato il primo straniero della Juventus alla corte degli Agnelli. Giocherà in Italia nel Padova (poco) e poi nell’Inter, ma un serio infortunio lo porterà sulla panchina nerazzurra come tecnico, ed è in questa veste che esprimerà il meglio di sè. Sarà proprio lui a lanciare in prima squadra Peppino Meazza (soprannominato “il Balilla” negli anni del consenso al regime) a soli 17 anni, lui ad allenarlo individualmente, a farlo palleggiare contro il muro perché acquisisse la stessa padronanza con entrambi i piedi, è lui a vincere lo scudetto del 1929/30, il primo della serie a Girone Unico. Sempre lui scriverà, a quattro mani con il dirigente Aldo Molinari, il fondamentale manuale “Il giuoco del calcio”, con la prefazione di Vittorio Pozzo, che non era certo l’ultimo arrivato. Sarà ncora Weisz ad importare in Italia il “Sistema” di gioco di Herbert Chapman, in voga tra i maestri inglesi, sperimenta i ritiri delle squadre nelle località termali, si allena in braghe corte insieme ai giocatori, quando le foto dell’epoca di Carlo Carcano, l’allenatore del celebre quinquennio” juventino, ce lo mostrano in giacca e cravatta. Gli allenamenti infatti, a quell’epoca, si dirigevano, non si facevano.

La celebre e diffusissima rivista “Il Calcio illustrato” lo chiamava “Il Mago”, 30 anni prima che, con quell’appellativo, verrà in seguito soprannominato un altro grande allenatore dell’Inter, Helenio Herrera. Con il Bologna «che tremare il mondo fa» vince due scudetti consecutivi, nel 1936 e nel 1937. Erano i tempi di Angiolino Schiavio, di Eraldo Monzeglio, che insegnava a giocare a tennis ai figli di Mussolini, dell’uruguagio Sansone che sposa la cassiera del bar Centrale, di Fedullo, di Fiorini detto “il Conte Spazzola”, che muore nel 1944 sotto una raffica dei partigiani, e ancora del grande portiere (bergamasco) Carlo Ceresoli, di Biavati, l’ala destra, inventore del celebre “doppio passo” con cui fintava il difensore e poi crossava al bacio per Puricelli detto “Testina d’oro”. Allo stadio Littoriale di Bologna, Arpad Weisz chiede un’equipe fissa di giardinieri per curare il prato e un laboratorio medico-dietetico.

Nella finale del Trofeo dell’Esposizione di Parigi, prestigioso torneo antenato della Coppa dei Campioni, il Bologna batte per 4-1 i maestri inglesi del Chelsea.

Intanto, però, il cerchio si stringeva inesorabilmente intorno a una famiglia fino ad allora felice: il figlio Roberto a causa delle Leggi Razziali del 1938 non può più iscriversi a scuola, per lo stesso motivo il padre non può più allenare. Il Bologna lo licenzierà alla fine di ottobre del 1938, dopo una vittoria per 2-0 sulla Lazio. Al suo posto, l’austriaco Felsner.

La famiglia Weisz lascerà Bologna in treno con direzione Parigi, la speranza è di trovare un lavoro. Tre mesi trascorsi in albergo indeboliscono solamente le finanze e non danno risultati; si punta allora sull’Olanda, Dordrecht. Città piccola, squadra semi-dilettantistica, ma con Weisz in panchina batterà più di una volta il grande Feyenoord di Rotterdam.

Ma anche in Olanda, paese con un tasso altissimo di collaborazionismo con gli occupanti nazisti, si stringe inesorabile il cerchio contro gli ebrei.

L’ultimo messaggio pervenuto in Italia dai Weisz è una cartolina di auguri di Natale spedita a Bologna il 12 dicembre 1940. Nel settembre 1941 i nazisti stabiliscono che agli ebrei è vietato frequentare lo stadio, ma anche andare a scuola, salire sui mezzi pubblici, entrare nei bar, nei ristoranti e nei negozi. I Weisz tirano avanti grazie agli aiuti forniti, di nascosto, dal presidente del Dordrecht. Naturalmente Marani è andato a Dordrecht ed è riuscito a trovare uno dei giocatori di quella squadra, l’ultima allenata da Waisz, ancora vivo, non in grande salute ma felice di poter parlare con un giornalista del suo vecchio maestro: «Lo chiamavamo “Sir”.

Fantastiche le sue lezioni di tattica». Senza vie d’uscita, la stella gialla già impressa su un cappotto liso (e questa è l’immagine più triste di un libro bellissimo ma che allegro non può essere), l’ebreo Arpad Weisz è costretto a spiare gli allenamenti della sua ex squadra dalle fessure nella staccionata di legno. Le SS arrestano la famiglia il 7 agosto 1942 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso per cui passerà anche Anna Frank, all’alba del 2 ottobre.

Sul treno che li portava verso la morte, gli ebrei devono perfino pagare il biglietto!

Weisz viene dirottato su Cosel, campo di lavoro in Alta Slesia. Ha un fisico da atleta, può ancora servire. Per il resto della famiglia, subito lo Zyklon B. Poi sarà Auschwitz anche per lui.

La media di vita nei campi era di 4 mesi, Weisz ne regge ben 16. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio 1944: di freddo, di fame, di solitudine, di disperazione.

Non aveva mai saputo della famiglia, lo aveva solo potuto immaginare.

E forse nemmeno il bravissimo Matteo Marani, nel suo viaggio a ritroso nel tempo e nella storia, pensava di riuscire a raccontare, così bene, una vicenda tanto profonda e tragica, ridando un corpo ai fantasmi e voce ai morti…

 

 

Per discutere con voi studenti riguardo la ricorrenza del Giorno della memoria ho scelto di farvi conoscere questo articolo che nel 2014 presentava ai frequentatori del blog “storiedicalcio” questo libro bello, prezioso e commovente, che affronta la tragedia della Shoah e le infami Leggi Razziali fasciste attraverso il racconto della vita di uno sportivo, ex atleta e poi allenatore vincente alla guida di importanti squadre come l’Inter e il Bologna, un autentico studioso della disciplina che diede un importante contributo nell’innovare il gioco più popolare e amato in Italia (e nel mondo), e che ancora molto avrebbe potuto dare se la malvagità del regime nazista non lo avesse condotto ad Auschwitz.

A cura dell’educatore Antonio Genna, gennaio 2022